2 LUGLIO 1993 IL PASTIFICIO E IL BATTESIMO DEL FUOCO DELL’ ESERCITO REPUBBLICANO.


 La missione Ibis 

Dal 1986 al 1991 si svolse in Somalia una sanguinosa guerra civile che contrapponeva un gruppo ribelle denominato USC (United Somali Congress) al regime autoritario di Siad Barre.


Con la conquista di Mogadiscio da parte dei ribelli, nel gennaio del 1991, inizia per la Somalia una lunga crisi economica con tanto di carestia e caos. 

Per stabilizzare la situazione,l’Organizzazione delle Nazioni Unite lanciò una operazione militare a guida statunitense denominata UNITAF (meglio conosciuta come Restor Hope) e successivamente rinominata UNOSOM II per sottolineare la continuità con la missione UNOSOM I a vocazione prettamente civile fallita solo pochi mesi prima.


Nel dicembre del 1992 inizia quindi la missione militare con lo scopo di creare una cornice di sicurezza utile a istribuire gli aiuti umanitari, fornire assistenza medica, creare nuove strutture statali e disarmare le fazioni in lotta. Il punto relativo al disarmo delle milizie (comandate dai cosiddetti “signori della guerra”) era il più controverso e proprio in questo contesto che si creeranno le maggiori frizioni tra il contingente italiano, il resto della coalizione e, in generale l’ONU.


Su oltre  36000 caschi blu (45000 per altre fonti)  circa 2500 erano italiani risultando quindi il secondo contingente per numerosità. Nel corso della missione, comunque, le numeriche dei singoli contingenti variarono al variare delle condizioni di sicurezza generali.


La missione italiana assunse il nome di Ibis un uccello che nella tradizione somala rappresenta la speranza e la rinascita. Al comando della missione il Generale Bruno Loi, un irpino che da subito si distinse per un approccio improntato più al soft power (deterrenza e dialogo) che non alla rudezza dell’azione  e alla potenza di fuoco. Probabilmente il mandato di privilegiare tale condotta era stato conferito al generale direttamente dal governo dell’epoca, anche in virtù del passato coloniale italiano e dal presunto patrimonio di autorevolezza e fiducia che ancora si riscontravano tra la popolazione somala ( anche se governi precedenti avevano supportato Siad Barre con forniture militari). Già nelle prime fasi della missione tale utilizzo del soft power fece sorgere sospetti e maldicenze su presunti accordi tra le forze italiane e le fazioni somale (in particolare quella del Generale Aidid (ex comandante militare dell’USC), contrapposta a quello che in  realtà era il Presidente ad interim della Somalia: Ali Mahdi. L’interim era stato previsto durasse fino alla nomina del definitivo presidente, ma i capi tribù non riuscirono più a trovare un accordo e la situazione della leadership rimase “appesa”.

Chiaro che in un contesto del genere, in Somalia, l’anarchia e l’incertezza la facessero da padrone.



Canguro 11


La mattina del 2 luglio 1993 un contingente di circa 600 uomini composti da un robusto nucleo di paracadutisti della Folgore su base 185o e 186 reggimento,  rinforzati da nuclei di cavalleria su blindo Centauro del 19o reggimento Lancieri di Montebello  e dalla III compagnia del 32o reggimento carri  su corazzati M60, si mosse dalla base di Balad (base principale delle forze italiane a circa 20 km da Mogadiscio) e dal porto nuovo a sud di Mogadiscio.  Il complesso che si muoveva da Balad si chiamava “Bravo”, mentre quello che partiva dal porto nuovo prese il nome di “Alfa”. L’intero contingente italiano era accompagnato da circa 400 poliziotti somali che avrebbero dovuto facilitare eventuali operazioni di arresto.

Si trattava di un operazione di routine svolta almeno altre 10 volte  (una a settimana) con l’obiettivo di disarmare le fazioni in lotta e migliorare la cornice di sicurezza. Nei restanti giorni della settimana le forze militari si occupavano di distribuire gli aiuti. 

Se si eccettuano episodi sporadici, nei giorni precedenti, non si erano registrati atti ostili ai danni del contingente italiano. Anche grazie all’approccio “soft” già citato nelle righe precedenti, non vi era una percezione di serio pericolo da parte dei comandi italiani nonostante la situazione generale sembrò degenerare il 5 giugno con l’uccisione di 23 soldati pakistani in un agguato presso gli edifici della stazione radio di Mogadiscio. In quell’occasione proprio l’intervento di una colonna di mezzi cingolati dei Carabinieri paracatudisti del reggimento Tuscania unitamente alle onnipresenti aliquote di incursori del “nono” (90 reggimento d’assalto Col Moschin), consentì alle forze pakistane di disimpegnarsi ed evitare perdite ancor maggiori.


Il terreno di operazioni era il quartiere di Heliwa; una superficie di circa 2,4 kmcomposta da strette vie e da comparti abitativi separati da  mura di cinta alte circa 2-3 metri. Tutta la zona era considerata “territorio” delle milizie del generale Aidid, e anche questo aspetto si rivelerà in seguito determinante. 


La topografia della capitale somala ė caratterizzata dalla presenza di due grandi strade: la via imperiale e la via XXI ottobre. La prima attraversa Mogadiscio da nord a sud e consentiva alle forze italiane di spostarsi dalla base di Balad a quella del porto nuovo, mentre la seconda scorre parallela alla costa e da ovest entra dentro la città fino a congiungersi con la via imperiale.  Nel punto di congiunzione tra le due arterie si trovava uno dei tanti check point predisposti dalle forze italiane per meglio controllare il loro settore.  Questa postazione prendeva il nome di “pasta” vista la sue vicinanza ad un ex pastificio della Barilla (già allora dismesso). Gli altri check point si chiamavano “ferro”, “obelisco”, “banca” e “demonio”.  Proprio tra i check point di “pasta” e “ferro” si trovava il quartiere di Heliwa.


Il piano si articolava su tre semplici fasi “cinturazione”, volta a sigillare il quartiere per impedirne l’uscita o l’ingresso, “volantinaggio” da parte di elicotteri in modo da spiegare alla popolazione le reali intenzioni delle forze italiane (non ostili) e successivamente il rastrellamento casa per casa in cerca di armi. Tutto ciò con tanto di ufficiale pagatore pronto a risarcire eventuali danni cagionati dalle irruzioni. La partenza delle forze da due punti distanti e convergenti serviva proprio a circondare con facilità il quartiere. 

Dopo una sveglia notturna, alle 05.30 del 2 luglio 1993 l’operazione inizia.  Il quartiere di Heliwa viene sigillato e inizia il rastrellamento.  Inizialmente si trova qualche arma, non necessariamente funzionante, ma il rapporto con la popolazione sembra non creare particolari problemi. Rispetto alle precedenti operazioni, però, si respira un’aria diversa. Si percepisce della tensione nell’area. L’allora capitano Emilio Ratti dichiarerà  di essersi accorto che al termine di ogni perquisizione i somali espongono delle bandiere sugli edifici “bonificati” e sospetta che possa essere una specie di segnale. Alle 06.30 si scopre un deposito di armi piuttosto nutrito e tre somali vengono arrestati perchè sospettati di essere guerriglieri.  Intorno alle 07.00 si cominciano a sentire degli spari isolati.  Nei minuti precedenti, intanto, gli abitanti del quartiere iniziano a riversarsi in strada, assembrandosi e ingaggiando delle vere e proprie sassaiole contro le forze italiane. 

Intorno alle 08.00 la sassaiola si fa sempre più fitta, si bruciano copertoni, l’aria si riempie di denso fumo nero. La situazione sembra degenerare e neanche l’intervento degli anziani, sollecitati dal Gen. Loi, riescono a calmare gli animi.  Il Comandante dell’operazione non intende pregiudicare la sicurezza dei suoi uomini “per cento metri in più”, quindi ordina il ripiegamento dei due gruppi (Alfa e Bravo) ognuno alle proprie sedi.  Sembra tutto finito. Ancora una volta il soft power si è rivelato una strategia efficace, ma non sarà così questa volta. 



La battaglia del Pastificio 


Mentre il raggruppamento Bravo è intento a rientrare a Balad viene improvvisamente richiamato e gli viene ordinato di dirigersi verso il Check Point Pasta perchè gli uomini che lo presidiano lamentano l’avvicinarsi della folla minacciosa e l’approssimarsi del rumore di armi da fuoco.

In realtà non tutto il raggruppamento si dirige verso il check point, ma solo due aliquote blindo-corazzate formate da due cingolati VCC (veicoli corazzati idonei all’imbarco di una squadra di fanteria e dotati di mitragliatrici pesanti) e due blindati Centauro ( mezzi ruotati dotati di potente cannone controcarro) per ciascuna aliquota. Una di queste due aliquote dovrà poi fare a meno di un VCC per problemi al motore. 

Il percorso verso “Pasta” non è semplice. Numerose barricate sono nel frattempo (e velocemente) disposte dai guerriglieri somali. L’intento è chiaro: impedire alle forze italiane di aggregarsi e soccorrersi a vicenda. Alcune barricate sono improvvisate e superabili anche dai mezzi meno protetti, altre sono più consistenti da poter essere superate esclusivamente dai veicoli corazzati o dalle blindo Centauro.

Alle 9.40 circa viene comunicato il primo ferito dello scontro: il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi, Incursore del “nono” colpito da una raffica mentre è impegnato in una delle prime azioni di contrattacco delle forze italiane. Un rastrellamento degli incursori volto ad eliminare i cecchini che avevano intanto iniziato a sparare sui paracadutisti.  Stefano Paolicchi ha appena eliminato una postazione di mortai lanciando due bombe a mano, quando viene colpito al petto. Rimane ferito, inizialmente, ma poi si spenge nei minuti successivi. Anche un altro soldato è ferito: il Tenente Scano viene colpito al fianco mentre si sporge dalla botola del Centauro che comanda. Fermo di fronte ad una barricata, nel parlare con un ufficiale dei Carabinieri Paracatudiati del Tuscania, viene preso di mira da un cecchino. Subito evacuato sopravviverà alla battaglia. 

Gli elicotteri iniziano ad intervenire con fuoco selettivo. In aria vi sono due velivoli: un AB 205 dotato di mitragliatrici a tiro rapidissimo è un A129 Mangusta.  Interviene il primo visto che la versione del Mangusta in uso nel 1992 ha solo razzi e missili anticarro e le regole di ingaggio sono chiare: rispondere al fuoco e solo con forza proporzionata alla minaccia. 

Il fatto che siano chiare non vuol dire che siano utili in ogni circostanza e il fuoco di fucileria inizia ad aumentare, segno che numerosi guerriglieri stanno accorrendo in supporto alle proprie forze. Non si tratta più di uno scontro estemporaneo.  Sono circa le 10.00 e inizia la battaglia.

Le forze che entrano in contatto con il nemico sono quelle della XV compagnia dal nome evocativo: “Diavoli Neri”. I fatti dimostreranno che il nome è azzeccatissimo. Attaccati sul fianco sinistro e successivamente sul fianco destro con il fuoco proveniente dal pastificio (che nessuno aveva pensato di occupare preventivamente) si difendono con tutti i calibri disponibili. Le mitragliatrici pesanti dei VCC sparano all’impazzata e consentono ai parà di ribattere colpo su colpo ed evitare di essere sopraffatti. In fin dei conti le forze comandate dall’allora Capitano Riccò sono solo un’aliquota di quelle che in mattinata hanno effettuato il rastrellamento. Non sono presenti tutte e due i raggruppamenti (Alfa e Bravo) che hanno rastrellato il quartiere, ma unicamente una porzione di Bravo. Il resto delle forze è tornato alle basi e probabilmente non c’è ancora una piena consapevolezza di cosa succede.

Alle 10.30 circa, dopo alcuni lanci andati a vuoto, i guerriglieri somali riescono a colpire uno dei VCC dei “Diavoli Neri”.  All’interno ci sono soldati che stanno rispondendo al fuoco e il razzo anticarro RPG che li colpisce fa scempio degli occupanti.  Il dardo infuocato generato dalla carica cava perfora la corazza e colpisce ad una gamba il paracatudista Pasquale Baccaro. Non solo lui viene ferito.  Il Sergente Maggiore Giampiero Monti ha l’addome squarciato dalle schegge di corazza interna del mezzo proiettate nel vano dall’esplosione. Il paracadutista Zaniolo, invece ha una mano spappolata. Il paracadutista Baccaro è il secondo caduto di quella giornata, mentre gli altri paracadutisti verranno evacuati verso “Pasta” nei minuti successivi.

Il momento, però, è cruciale.  Il comandante di battaglione viene ferito al volto dalle schegge generate dalla detonazione della carica cava e ripiega anch’egli su “Pasta”. I “Diavoli” del Cap. Riccò rimangono per ora isolati e continuano a sparare all’impazzata. 

Intanto a “Pasta” si cerca di evacuare i feriti con l’elicottero, ma lo stesso è utilizzato in appoggio alle truppe e si decide di evacuarli con i mezzi blindati. Arrivano in supporto anche i carri armati M60, mezzi pesanti armati di un cannone da 105 mm. Per ora però non possono sparare; le regole sono chiare.

Alle 11.30 circa un mezzo leggero VM viene catturato dai miliziani somali. Non è un veicolo blindato, ma monta una mitragliatrice da 12,7. È in dotazione agli incursori del “nono”, ma inspiegabilmente ora vi sono sopra alcuni somali che sparano sia verso terra che verso gli elicotteri. L’AB 205 viene colpito e si disimpegna mentre il Mangusta, anche se riceve dei colpi di grosso calibro che causano un effetto scheggia, continua ad inseguire il VM90. Il pilota, Capitano Adami, chiede l’autorizzazione a fare fuoco (e non sarà la prima volta in quella giornata), questa volta la ottiene e fa fuoco immediatamente con un missile anticarro Tow. Il VM è colpito e la minaccia sventata. Non è finita, però. Ormai gli scontri sono generalizzati lungo la via imperiale. I feriti che vengono evacuati verso “pasta” sono poi però portati a “ferro” l’ultimo check Point Pasta prima della base del porto nuovo. “Ferro” rappresenta la salvezza, però per arrivare bisogna percorrere la via imperiale proprio nella direzione degli scontri. In pratica bisogna passare in mezzo alle sparatorie. 2 VCC ed un Centauro vengono nuovamente inviati a “ferro” per evacuare i feriti. Ci arrivano, ma poi decidono di ritornare a “pasta” per dare il proprio contributo. A bordo di uno dei VCC c’è il Sottotenente Gianfranco Paglia dei “Diavoli Neri”. Li accompagna un Centauro comandato da un’altro giovane ufficiale: il Sottotenente Andrea Millevoi, arrivato in Somalia da pochissimi giorni. Nel tornare verso “Pasta” imboccano una parallela alla via imperiale, infilandosi nei vicoli. Sono presi in mezzo da un fuoco micidiale e mentre rispondono con le mitragliatrici dei mezzi sono colpiti.  Il Sottotenente Paglia riceve tre colpi: ad un braccio, al polmone e alla spina dorsale. Millevoi è colpito alla testa. Il primo sopravviverà alle ferite, rimanendo costretto su una sedia a rotelle. Il secondo sarà il terzo e ultimo caduto italiano della giornata.

Intorno alle 12.00 la battaglia è ancora in atto. Una colonna sanitaria proveniente da Balad è bloccata da una possente barricata. Intervengono Centauro ed M60 che sfondano le barricate e scortano la colonna sanitaria. Ormai le forze hanno tutte ripiegato su “Pasta” ove sono giunti gli M60. Contravvenendo agli ordini alcuni carri aprono il fuoco con le armi principali per distruggere delle postazioni controcarro. 

Alle 13.00 circa gli scontri sembrano scemare di intensità. Il fuoco selettivo degli elicotteri (evidentemente ripreso dopo l’iniziale disimpegno dell’AB 205) e le salve (da due a sei socondo le testimonianze) dei mezzi pesanti riducono la pressione sulle forze italiane. Viene comandato lo “sganciamento” e le unità si dirigono verso “Ferro”. 




Coclusioni



Le forze rientrano alle basi e i check point vengono tutti evacuati. Il comando ONU non è affatto contento della situazione e ordina al comando italiano di riprendere il controllo dei check point immediatamente. Il Generale Loi stima perdite intorno al 10% delle forze impiegate: un bilancio inaccettabile per il governo italiano. Si autorizza il comandante della missione a negoziare per riprendere il possesso del terreno perduto. Passano giorni convulsi e il 9 luglio del 1993, seppur in un’atmosfera carica di tensione e con il dito sul grilletto, i paracadutisti rioccupano i check point ed in particolare “pasta”, presidio di estrema importanza.

I mesi successivi accadranno altri fatti di sangue, sia coinvolgenti le forze italiane che quelle statunitensi. In particolare il 3 ottobre del 1993 un  contingente di Rangers e Delta Force proveranno a catturare il Generale Aidid, ma verranno respinti e subiranno perdite ancor maggiori di quelle italiane.  Alla fine del combattimento di ottobre le forze USA lamenteranno 19 morti 73 feriti ed un prigioniero.  Anche l’approccio duro (sostenuto da ONU e USA) non sembrò essere più efficace, segno che la situazione somala era terribilmente complessa per essere affrontata con metodi esclusivamente militari.

Il bilancio della battaglia del pastificio sarà invece di 3 morti e 29 feriti. Impossibile stabilire le perdite dei miliziani somali. Stime non ufficiali indicano almeno 150 caduti più numerosi feriti che non sempre erano in grado di ricevere cure adeguate. 


Anche la cause dello scontro non sono ancora state chiarite.  Le ipotesi sono molteplici: si va dall’ipotesi che i miliziani stessero reagendo al sequestro di armi appena effettuato, a quella che vi fosse la necessità di difendere Aidid  nascosto nei dintorni del quartiere. Anche la presenza dei poliziotti somali (che peraltro sparirono prima degli scontri) è stata indicata come possibile causa scatenante: venivano identificati come appartenenti alla fazione contrapposta (quella di Ali Mahdi).

In ogni caso si trattò della prima battaglia dell’Esercito Italiano. La prima dell’era repubblicana, combattuta da un esercito sostanzialmente di leva che diede una buona prova di se nonostante non potesse esprimere al massimo la propria potenza di fuoco, nonostante le forze paracadutiste al tempo non si esercitassero a cooperare con gli elementi blindo-corazzati e nonostante la confusione sul campo di battaglia (come raccontato da numerosi testimoni).




Note bibliografiche



L’articolo è stato scritto grazie alle seguenti fonti:


  • I Diavoli Neri: la vera storia della battaglia di Mogadiscio - Autore Paolo Riccò con la collaborazione di Meo Ponte -Ed. Longanesi 2020.
  • Conferenza 30 anni dalla battaglia del pastificio video  https://youtu.be/P9aTxP_s3Tc?si=R0tcwg9koI_Rmq09
  • L’ultima salva dei carristi (Mogadiscio 2 luglio 1993j  video  https://youtu.be/wN68qmVlhDg?si=xw7aZLkD5WyEqlz7

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