ROMA, REPUBBLICA:VENITE!
Oggi vi racconteremo la storia della Repubblica Romana un evento del nostro Risorgimento non altrettanto famoso delle tre guerre d’indipendenza o dell’impresa dei Mille, ma carico di significati politici che avrebbe potuto sviluppare un percorso di unità nazionale diverso rispetto alla traiettoria monarchica che tutti conosciamo. Un esempio su tutti è dato dall’ avvenuta promulgazione di una costituzione con principi simili a quelli della nostra attuale Costituzione Repubblicana, promulgata cento anni dopo. Peccato che quella del 1849 rimase in vigore solo poche ore.
Ma come era iniziato il tutto?
La fuga
Alle 17 e 30 del 24 novembre 1848 Giovanni Mastai Ferretti, salito al soglio pontificio due anni prima assumendo il nome di Pio IX, smise le vesti bianche, si tolse lo zuccotto e dopo aver indossato abiti da semplice prete, uscì da una porta secondaria del Quirinale per lasciare la città di Roma. Nella stanza ove era il pontefice rimaneva il Duca d’Harcourt, ambasciatore di Francia, che ad alta voce fingeva di parlare con Sua Santità coprendone così la fuga.
Dov’è finito il Papa?
Questa la domanda che si fecero i romani tutti, dai popolani, ai principi, passando per i notabili e il clero. Infatti, anche se la notizia della sua fuga si sparse velocemente, non altrettanto successe in merito alla sua destinazione.
In realtà il vero quesito era il perché fosse fuggito senza lasciare altro che generiche istruzioni ai ministri dello Stato, salvo poi sconfessarli solo tre giorni dopo dichiarando di “nessun vigore e di nessuna responsabilità” il gabinetto romano e nominando una commissione per lo svolgimento delle attività di governo. Contestualmente a tale atto emise anche un documento in cui si richiedeva, formalmente, un aiuto alle principali potenze europee per ristabilire l’ordine dall’anarchia.
Il 1848 non fu un anno facile nei principali stati europei. Insurrezioni e rivolte avevano portato a deposizioni di sovrani legittimi (Francia), rilascio di costituzioni poi revocate (Regno delle due Sicilie) e veri e propri conflitti per l’indipendenza (Lombardia).
Per quanto riguarda la situazione di Roma non vi furono insurrezioni particolarmente strutturate od organizzate, ma la situazione parve precipitare il 15 di novembre quando il capo del Governo da poco nominato dal Papa, Pellegrino Rossi, venne ucciso con un colpo di coltello alla gola in un tafferuglio causato da una banda di giovani. Probabilmente si trattò di un evento sporadico che, tra l’altro non si configurò come l’avnguardia di un movimento rivoluzionario, ma tanto bastò al pontefice (anche malconsigliato o manipolato) per lasciare la città e richiedere l’intervento straniero.
A Parigi, intanto….
La Politica, si sa, è sempre costretta a seguire le contingenze, specie nel gestire le problematiche più complesse e in quei giorni nella capitale francese era in corso quella che oggi si chiama “campagna elettorale”.
Una delle anomalie della vicenda storica, che ha per sfondo l’epopea della Repubblica Romana, fu che proprio da una Repubblica (quella francese) arriveranno le minacce (e successivamente anche le operazioni belliche) che metteranno in pericolo prima e soffocheranno nel sangue poi, l’esperienza romana.
Nel febbraio del 1848 la monarchia francese di Re Luigi Filippo venne rovesciata a favore della creazione di una seconda Repubblica e gli eventi romani accaddero proprio nel bel mezzo dell’elezione del Presidente della Repubblica francese. Quindi la “questione romana” fu giocoforza inserita nelle “piattaforme politiche” dei candidati, anche se poi si sarebbe trattato di restaurare un sovrano a discapito di una forma di governo “sorella”. Miracoli della politica.
I romani decidono per loro
A Roma, intanto, si cerca di risolvere lo stallo politico causato dalla fuga del pontefice aggravato anche dal disconoscimento del gabinetto romano.
Di idee rivoluzionarie ve ne sono, ma inizialmente prevale la linea della prudenza e si costituisce una “Provvisoria e Suprema Giunta di Stato” con il compito di governare in espressa attesa del ritorno del Pontefice o “qualora esso deputi, con atto vestito della piena legalità, persone a tener le sue veci”. La sera stessa dell’11 dicembre, però, in una manifestazione spontanea di lavoratori incaricati di mantenere le strade di campagna, oltre alla richiesta di pane e lavoro iniziò ad apparire la parola “costituente”. Forse non tutti avevano ben chiaro il significato di tale vocabolo, ma sembrava che in pochi giorni la coscienza politica dei romani avesse fatto un balzo in avanti di decenni.
Non soltanto a Roma si discuteva di futuro. Lo Stato Pontificio si sviluppava anche verso nord comprendendo territori dell’odierna Umbria, delle Marche e della Romagna e proprio in una città romagnola, Forlì, il 13 dicembre si votò un documento che parlava espressamente della necessità di procedere alla creazione di un’Assemblea costituente italiana.
Nel frattempo, nella capitale dello Stato erano confluiti corpi ed anime di patrioti. Non solo Mameli, ma anche De Boni, Cironi, Torricelli. Il governo provò a far approvare un decreto che consentisse l’espulsione di eventuali facinorosi, ma ormai le “energie” libertarie e democratiche erano state liberate. Il 28 dicembre il Consiglio dei Deputati fu sciolto dalla Giunta perché ormai paralizzato dalle assenze. L’alto Consiglio nominato dal Papa aveva già cessato di esistere da tempo.
Rimaneva un’unica opzione e il pomeriggio del giorno successivo la Giunta di Stato ed i ministri decisero di convocare un’assemblea Nazionale per votare a suffragio universale i componenti di quella che sarà l’assemblea costituente. La data delle elezioni venne fissata al 21 gennaio 1849, quella della prima seduta dell’organo eletto al 5 febbraio.
Passarono pochi giorni che il Papa procedette alla massima sanzione possibile nei confronti di chi si sarebbe recato a votare: la scomunica. Il Pontefice sperava così di mettere di fronte l fatto compiuto e grandi potenze, impedendogli di ignorare la questione romana, ma alla fine facilitò le operazioni di voto scoraggiando i cattolici alla partecipazione.
Ci mise poco l’assemblea ad approvare i 4 articoli del decreto che istituiva la Repubblica:
Art.1 Il Papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato romano.
Art.2 Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per la indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale
Art.3 La forma del governo dello Stato romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.
Art.4 La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune.
La Repubblica era realtà. La stessa sera del 9 febbraio Mameli scrisse a Mazzini per convocarlo ufficialmente a Roma.
Mazzini
“Pio IX è fuggito: la fuga è un’abdicazione: principe elettivo, egli non lascia dietro di sé dinastia. Voi siete dunque di fatto repubblica…Uomini logici ed energici ringrazierebbero il cielo è direbbero laconicamente: il principe ha disertato, ha tradito: noi facciamo appello dal principe al popolo. Roma è repubblica. La Costituente italiana… confermerà, muterà o amplierà questo fatto. E scelto dal popolo un governo, s’accoglierebbe in Roma, poiché i popoli d’Italia non son liberi tutti sinora, il nucleo iniziale della Costituente Italiana futura; e questo nucleo d’uomini noti, mandati dalla toscana, dalla Sicilia, da Venezia, dall’ emigration lombarda, dai circoli, dalle associazioni, presterebbe appoggio efficace al governo; e quel governo, con pochi atti nazionali davvero, diventerebbe governo morale di tutt’Italia in brev’ora.”
Questa la lettera pubblicata il 15 dicembre del 1848 dal Corriere Livornese. Un chiaro manifesto repubblicano che non solo esortava i romani a proseguire verso un percorso che sembrava scontato, ma auspicava anche che attorno a tale nucleo potessero coagularsi tutte le istanze libertarie dell’Italia. Un'unità italiana non sotto una monarchia (come poi in realtà successe), ma grazie ad un governo repubblicano. Ciò esattamente 100 anni prima della scelta refendaria del popolo italiano. La lettera fu scritta dall’esilio ginevrino di Giuseppe Mazzini, ma non passò molto tempo che sentì il bisogno di ritornare in Italia per seguire più da vicino le vicende dello Stato Pontificio.
L’8 febbraio sbarcò a Livorno, che nel frattempo si era liberata del Granduca Leopoldo. Nella città toscana improvvisò comizi e si profuse in interventi, sempre con la consueta lucidità politica.
Il giorno successivo viene avvisato da Mameli tramite il famoso telegramma in merito alla costituzione della Repubblica a Roma. Meno di un mese dopo, il 9 marzo Mazzini viene accolto a Roma da una folla festante. Ormai non si muove più come un fuggiasco, ma un vero leader osannato dalla folla.
Diventa subito un punto di riferimento del nuovo soggetto politico e la sera del 27 marzo l’Assemblea Costituente si riunisce in seduta segreta, delibera lo scioglimento del comitato esecutivo e l’istituzione di un triumvirato con poteri illimitati. Come triumviri furono eletti Aurelio Saffi, Carlo Armellini e Giuseppe Mazzini.
Garibaldi
Quando Carlo Alberto fu sconfitto a Custoza dal Maresciallo Radetzky, nel corso della prima fase della prima guerra d’indipedenza, Garibaldi continuò a combattere con la tecnica della guerriglia per settimane, senza che le forze austriache potessero agganciarlo e distruggerlo. Insieme a pochi fedelissimi riuscì a riparare in Svizzera e tra questi fedelissimi c’era proprio quel Giuseppe Mazzini che lo aveva convinto a lasciare le imprese in Sud America ed unirsi alla causa libertaria.
Rimase poco in Svizzera. Prima tentò di mettersi al servizio del governo toscano di Montanelli e Guerrazzi (sempre dopo la fuga del sovrano), quindi vagò per gli Appennini con un pugno di uomini alla ricerca di vettovagliamento ed equipaggiamento. Dopo settimane di spostamenti il 27 aprile del 1849 Garibaldi fece accesso a Roma alla testa della sua legione. Era stato espressamente chiamato per far fronte alla minaccia dell’invasione francese che da qualche settimana si stava profilando e nominato generale di brigata.
Gli sviluppi internazionali in quelle settimane furono convulsi e legati non solo agli umori francesi, ma anche all’esito disastroso della prima guerra d’Indipendenza a causa della sconfitta subita a Novara, ad appena quattro giorni dalla ripresa delle operazioni belliche. L’uscita di scena del Piemonte espose la Repubblica alla minaccia austriaca (una delle potenze interpellate da Pio IX per il ristabilimento dell’ordine). Proprio con la scusa di proteggere Roma dall’invasione imperiale la Francia inviò un corpo di spedizione di quindicimila uomini. Avrebbero dovuto occupare la città ufficialmente per preservarla, ma in realtà per ristabilire il potere temporale.
Le Operazioni Militari
Atto primo: i Francesi
Gia dai primissimi momenti della sua permanenza a Roma, Giuseppe Mazzini aveva capito perfettamente che l’utilizzo della forza sarebbe stato indispensabile per difendere la neonata Repubblica, ed era sempre più impellente la creazione di un esercito che facesse leva sulla coscienza dei cittadini e che si lavorasse come se si avesse già il nemico alle porte.
Per questo motivo era stata richiesta la presenza di un personaggio come Garibaldi che, al pari di Mazzini, suscitava estrema ostilità ad alcuni (era considerato alla stregua di un capobanda di briganti), o estrema ammirazione ad altri. Per chi aveva combattuto insieme a lui (come Mazzini) il non ancora famosissimo condottiero godeva fama di vero e proprio genio carismatico, capace di accendere l’ardore bellico anche al più tiepido dei soldati.
Il 30 aprile la città non si fece trovare impreparata. Un’apposita commissione per le barricate aveva provveduto a far scavare trincee, sistemare sacchi di sabbia, utilizzare barricate di cemento. Anche i cronisti del tempo si stupirono dell’operosità di una cittadinanza, quella romana, abituata al fatalismo dopo secoli di domino papale.
Le truppe francesi provenivano da Civitavecchia ed il percorso più breve ed immediato per entrare in città era la via Aurelia che portava direttamente a Porta San Pancrazio, il varco posto a difesa delle mura gianicolensi. Entrando da lì le truppe nemiche avrebbero conquistato una posizione ideale per poter dominare la città, visto che il gianicolo è l’altura che sovrasta trastevere e che avrebbe permesso di battere la città con l’artiglieria. Il generale Oudinot, che comandava le forze francesi, decise però di investire la città più a nord del gianicolo, e di preciso tra Porta Cavalleggeri e Porta Angelica, proprio ei pressi delle mura vaticane e della basilica di San Pietro. Commise un grave errore perché Garibaldi (che occupava le posizioni di Porta San Pancrazio e il casino dei quattro venti dentro Villa Pamphili) ordinò al battaglione universitario di scendere verso le Porta Cavalleggeri e attaccare i francesi sul fianco. Le forze garibaldine si scontrarono con il 20° fanteria di linea[1]e furono costretti a rinculare. I soldati di Oudinot, allora, risalirono verso villa Pamphili per occupare la posizione strategica del casino dei quattro venti, ma Garibaldi in persona guidò un furioso contrattacco che ricacciò il 20° fanteria verso la via Aurelia e, visto che anche le forze in difesa di Porta Cavalleggeri contrattaccarono, pose tutto il corpo di spedizione francese nella condizione di dover ripiegare per evitare di essere circondato e annientato dopo un paio di ore di combattimento.
Considerando che al tempo l’esercito francese era nuovamente uno degli eserciti più preparati e potenti d’Europa, la vittoria ottenuta tra le pendici del gianicolo sarebbe stato un vanto per qualunque generale, ma non per Garibaldi che era si soddisfatto di aver mantenuto la promessa di aver battuto i francesi, ma non era sazio di guerra. Secondo lui i francesi avrebbero dovuto esser inseguiti fino a Civitavecchia ed annientati. Il Peppino nazionale si mise al loro inseguimento, ma fu fermato dal sopraggiungere dell’oscurità. La mattina successiva chiese rinforzi al Ministro della Guerra Avezzana, ma il suo impeto fu fermato dallo stesso Triumvirato, che non voleva umiliare i francesi. In fin dei conti tra tutti i loro nemici erano proprio i cittadini francesi ad essere i più favorevoli alla neonata Repubblica e annientare il loro corpo di spedizione avrebbe significato allontarli dalla loro causa. Mazzini sperava che la sconfitta del 30 aprile avrebbe potuto essere determinante nel dibattito politico francese. Garibaldi (come farà altre volte negli anni successivi) obbedì suo malgrado.
Atto secondo il Regno delle due Sicilie e l’Austria
Non erano solo i francesi (o meglio il loro governo) a voler risolvere la questione romana “manu militari”, ma anche Austria e Regno delle due Sicilie si erano prefissati l’obiettivo di abbattere la nel Repubblica.
La vera fortuna dei patrioti repubblicani era che le forze avversarie si mossero, non solo senza un coordinamento che avrebbe sicuramente strangolato le forze romane, ma anche in piena competizione tra loro e ciò non fece altro che aumentare sensibilmente le chanches di vittoria di Garibaldi e soci, nonostante le loro forze fossero male armate, poco addestrate e anche meno numerose degli avversari. Fortunatamente non mancavano entusiasmo e determinazione e fu proprio grazie a queste due qualità che ,solo pochi giorni dopo l’insperata vittoria sui francesi, una colonna composta dalla “legione italiana” di Giuseppe Garibaldi, il battaglione universitario e un gruppo di bersaglieri Lombardi unitisi alla causa repubblicana (pur avendo il loro comandante simpatie monarchiche), partì da Roma con direzione (apparente) l’Abruzzo salvo poi piegare più verso sud-est. L’obiettivo di Garibaldi era di passare per Palestrina con l’intento di attaccare il fianco delle forze napoletane accampate a Frascati ed Albano, quindi in territorio romano e anche piuttosto vicino.
Partirono da Roma il 4 maggio e il la mattina del 9 avvenne il primo scontro con le forze borboniche che si avvicinavano a Palestrina. Lo scontro durò un paio di ore e nonostante l’inferiorità numerica i soldati di Garibaldi ebbero la meglio attaccando con impeto le forze nemiche che si ritirarono in fretta lasciando anche alcuni prigionieri.
Lo scontro con le forze nemiche aveva ancora una volta confermato l’estrema perizia del condottiero nizzardo e anche se le forze romane somigliavano più ad un accozzaglia di avventurieri che ad un esercito, riuscirono a tamponare anche la minaccia proveniente dal sud Italia. Unica eccezione all’estemporaneità e all’informalità delle forze repubblicane, furono i bersaglieri di Luciano Manara. Questi era un capitano di 24 anni, di origini aristocratiche, che aveva combattuto sui campi di battaglia della guerra d’indipendenza del’anno precedente. Essendo lombardi, in realtà, erano sudditi austriaci, quindi una volta dovuta abbandonare la causa dell’indipendenza italiana dovettero necessariamente fuggire dalla Lombardia. Trovarono modo di mettere a frutto le loro competenze unendosi alle forze romane. Negli scontri del 30 aprile furono tenuti in riserva sulla sponda sinistra della città, mentre in quest’occasione iniziarono a svolgere un ruolo di maggior rilievo per le sorti della Repubblica. Li incontreremo ancora nel corso del racconto.
Nel frattempo la Francia stava tentando di congelare lo scontro. Compresa la seria determinazione dei romani di difendere in armi la propria città ( e spaventati dalla eco negativa che avrebbe avuto presso l’opinionpubblica francese l’uccisione di cittadini, operai, padri e figli anche se di una diversa nazione), riuscì a negoziare una tregua grazie all’arrivo a Roma di Ferdinand de Lesseps, un plenipotenziario (almeno all’inizio) dell Ministro degli Esteri Francese. In quel momento De Lesseps non era un diplomatico di alto rango, ma negli anni successivi avrà il merito di organizzare la gigantesca impresa della costruzione del Canala di Suez.
La tregua negoziata dal De Lesseps (contro le volontà del generale Oudinot, comandante del corpo di spedizione francese), permise ai romani di distogliere delle forze militari dalla protezione della città. Usciti da porta San Giovanni il 16 maggio al comando del Generale Rosella, appena nominato capo dell’esercito, 11000 soldati puntarono verso le truppe borboniche tornate ad accamparsi sui colli Albani dopo lo scontro con le forze garibaldine. L’intenzione delle forze borboniche sembrava essere quella di ripiegare, visto che avevano spedito bagagli ed artiglieria pesante verso Napoli. Nonstante le indicazioni del Generale Rosella fossero quelle di attenderlo, Garibaldi pensò potesse trattarsi di una ghiotta occasione per annientare le forze nemiche quindi, visto che era in loco, lanciò le sue forze in contro la retroguardia avversaria impegnando i borbonici in tutta una serie di disordinati parapiglia. Durante uno di questi scontri, lo stesso Garibaldi, per poco non venne catturato. Come spesso succederà anche negli anni successivi, l’imprevedibilià di Garibaldi creò sorpresa sia nelle proprie forze che in quelle nemiche con il risultato che il ripiegamento borbonico si trasformò in una vera e propria fuga verso il Regno delle Due Sicilie. Il cane da guardia del Papa era stato battuto.
Da parte austriaca le azioni militari si limitarono all’occupazione di alcune città dell Emilia e delle Marche. Azioni ostili, ma mai pericolose al punto da poter arrivare fino alle porte di Roma.
Atto terzo: il tradimento
Il calcolo di Mazzini, a questo punto, sembra esatto: le forze reazionarie sono state respinte o controllate, quelle francesi sono state sterilizzate sia dalla sconfitta di aprile che dalla successiva tregua negoziata con il De Lesseps. Non solo! Si riesce a giungere ad un accordo con il diplomatico francese: il 31 maggio le due repubbliche firmano un trattato ove viene sancita l’amicizia tra quella francese e quella romana, ed in più si stabilisce che la Francia avrebbe garantito la sicurezza di Roma da qualunque nemico esterno. Sembra che la “risorsa tempo” utile a far terminare i lavori dell costituente, sia stata ormai acquisita, ed in più finalmente la Repubblica più potente protegge quella più debole.
Di seguito l’articolazione del trattato:
«Art. 1. L'appoggio della Francia è assicurato alle popolazioni degli Stati romani. Esse considerano l'armata francese come un'armata amica che viene a concorrere alla difesa del loro territorio.
Art. 2. D'accordo col governo romano e senza per nulla ingerire nell'amministrazione del paese, l'armata francese prenderà gli accantonamenti esterni, convenevoli per la difesa del paese che per la salubrità delle truppe. Le comunicazioni saranno libere.
Art. 3. La Repubblica francese garantisce contro ogni invasione straniera il territorio occupato dalle sue truppe.
Art. 4. Resta inteso che la presente convenzione dovrà essere sottomessa alla ratifica del governo della Repubblica francese.
Art. 5. In nessun caso gli effetti della presente convenzione potranno cessare che 15 giorni dopo la comunicazione ufficiale della non ratifica.»
Giuseppe Mazzini e Ferdinando di Lesseps, però, avevano fatto i conti senza l'oste: sulla scorta del risultato elettorale che lo metteva in minoranza rispetto alle istanze cattolico-conservatrici, Luigi Napoleone, si trovò costretto a sconfessare l’accordo (probabilmente andato un po’ oltre le proprie aspettative) quindi, il 29 maggio (in realtà due giorni prima della firma) inviò due lettere: una al generale Oudinot, comandandogli di procedere con l'assedio della città e una al di Lesseps, con la quale gli ingiungeva di considerare esaurita la sua missione e di rientrare in Francia (dove diede le dimissioni dal servizio diplomatico). Cosicché, non appena informato degli accordi del 31 maggio, il generale poté rinnegare l'operato del plenipotenziario e darne conseguente comunicazione ai propri ufficiali.
Dopo aver messo insieme un esercito di 30 000 uomini con un consistente parco d'assedio, denunciò la tregua e annunciò la ripresa dei combattimenti a decorrere dal 4 giugno.
Neppure questa volta Oudinot rispettò i patti e iniziò le operazioni il 3 giugno. Mentre Mazzini negoziava per arrivare alla firma del trattato, il generale pontificio Pietro Rosselli decise di non rischiare e fece rientrare a Roma sia le forze regolari pontificie, sia i volontari di Garibaldi e Manara.
Appena in tempo per poter difendere la città.
Roma venne assaltata all'alba. Il primo obiettivo era nuovamente la conquista del Gianicolo e ancora una volta a difendere quel tratto di mura vi era Garibaldi. Il canovaccio tattico non cambiava: Porta San Pancrazio , Villa Corsini (o casina dei quattro venti) e Villa del Vascello (chiamata anche Vascello per la somiglianza delle sue forme con quelle di una nave) costituivano I perni essenziali della difesa. In particolare le due ville erano bellissimi edifici barocchi i cui nomi entrarono nella storia della difesa di Roma. Entrambi non sono più esistenti nella loro interezza: Il primo è stato trasformato in una porta di accesso a Villa Pamphili, il secondo è l’attuale sede del Grande Oriente D’Italia.
L’inganno di Oudinot di anticipare l’attacco colse i suoi frutti. Le forze romane furono colte di sorpresa dalle brecce aperte lungo il muro che delimitava Villa Doria Pamphili. Una volta nella breccia, i francesi, seguono i difensori fino a Villa Corsini, catturandola. Garibaldi è conscio dell’importanza del casino dei quattro venti: è in una posizione sopraelevata e da lì le forze francesi possono battere non solo Porta San Pancrazio, ma colpire anche dentro le mura vista la maggiore altezza. Serve solo il tempo di riorganizzare le forze e con circa 3000 uomini ordina il contrattacco. Il casino è ripreso, ma le artiglierie francesi da Villa Pamphili iniziano a batterla, spazzando i difensori. Una volta abbandonata dalle forze romane Villa Corsini è di nuovo in mani Francesi e vi rimarrà nonostante i successivi assalti sia della legione italiana che dei bersaglieri del colonnello Luciano Manara. Proprio durante uno di questi assalti fu ferito il giovane patriota Goffredo Mameli che morirà un mese dopo per le conseguenze di tale ferita.
Contrariamente a quanto era successo in aprile, il generale Oudinot era molto più cauto nella conduzione delle operazioni. Il successo della conquista di Villa Corsini non lo faceva sentire così sicuro da tentare l’assalto frontale alla Porta. Da quella posizione e dal Vascello,gli italiani si difendevano bene, mettendo a rischio ogni azione incauta. Da quel momento in poi le forze francesi si dedicarono allo scavo di trincee per avvicinarsi alle mura e al bombardamento delle posizioni avversarie.
Nei giorni successivi si tentarono anche delle sortite verso i monti Parioli con l’obiettivo di respingere le teste di ponte francesi che si erano insediate presso Ponte Milvio.
Dopo giorni di bombardamenti, sia delle posizioni militari che della città vera e propria, il 30 giugno, avvenne l’ultimo assalto. Le trincee si erano ormai addossate alle mura e si riuscí ad aprire una breccia. La difesa fu disperata, ma ormai tutto era perduto ed era chiaro che Roma non fosse più difendibile. Quell’ultimo giorno di combattimenti morirono Luciano Manara e Andrea Aguyar ( un ex schiavo che si era unito a Garibaldi durante le sue avventure sudamericane).
Il primo luglio si ottenne una tregua, mentre la sera del giorno successivo Garibaldi uscì dalla città diretto verso nord insieme a 4000 armati. La mattina aveva tenuto un discorso in Piazza San Pietro nel quale aveva detto: “io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me … non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà".
Cominciò così una lunga marcia, passata attraverso l'Umbria e proseguita verso Arezzo. Lungo il percorso Garibaldi vede venire meno la speranza di sollevare le province e decise di tentare di raggiungere Venezia assediata.
Il suo immediato oppositore, il generale d'Aspre, che si trovava comandante delle truppe di occupazione in Toscana e dell'esercito toscano, in via di riorganizzazione, dedicò alla caccia dei forse 2 000 superstiti della colonna un'armata di circa 25 000 fanti, 30 cannoni e 500 cavalli, finché non costrinse Garibaldi a trovare rifugio, il 31 luglio, nella neutrale Repubblica di San Marino. Da qui Garibaldi tentò l'ultima marcia, scendendo a Cesenatico ove catturò una flottiglia di battelli da pesca e s'imbarcò per Venezia. Intercettati dalla flotta austriaca, i fuggitivi si dispersero: molti di loro, fra i quali Basilio Bellotti, Ciceruacchio con il figlio Lorenzo, appena tredicenne, vennero catturati e fucilati dagli austriaci, che occupavano la Romagna. Durante la fuga Garibaldi vide morire di malaria la moglie Anita ma, assistito da innumerevoli partigiani e patrioti, da Comacchio, attraverso Ravenna, Forlì, Prato e la Maremma, giunse nei pressi di Follonica. Da qui si imbarcò per la Liguria, parte del Regno di Sardegna, ove poté mettersi in salvo.
Il generale Oudinot aveva concesso al condottiero nizzardo di allontanarsi dalla città, sia per liberarsi di un temibile avversario, sia per mettere in difficoltà gli austriaci presenti lungo i confini settentrionali dello Stato Pontificio.
E la politica?
L'Assemblea costituente approvò un decreto di resa, aggiungendo però che "L'Assemblea costituente romana … resta al suo posto", tanto che approvò la nuova costituzione, che venne letta, dal balcone del Palazzo del Campidoglio nel pomeriggio del giorno successivo, dal generale Galletti. Dopodiché, in serata, si presentò un battaglione di cacciatori francesi, che invitò l'Assemblea a sgombrare. Questa approvò all'unanimità la celeberrima protesta: "in faccia all'Italia, alla Francia e al mondo civile, contro la violenta invasione delle armi francesi nella sua residenza, avvenuta oggi 4 luglio 1849 alle ore sette pomeridiane".
Mazzini e tutto il Triumvirato (composto da Saffi e Armellini oltre che dal patriot genovese) non sottoscrisse alcuna resa e diede le dimissioni, per evitare l'inevitabile visita all'Oudinot. Questa venne compiuta da un nuovo Triumvirato nella serata del 1º: ascoltatene le proposte, esse vennero rifiutate e ci si limitò a permettere l'ingresso dei francesi in città, senza accettare alcuna formale capitolazione.
La Repubblica Romana dunque, non cessava formalmente di esistere e (non avendo il Pontefice negli anni successivi, provveduto ad alcuna nuova elezione) poteva continuare a vantare la propria legittimazione popolare.
Dettaglio di non secondaria importanza, se si considera, ad esempio, che Garibaldi non mancherà di giustificare le future operazioni su Roma (nel 1862, sino all'Aspromonte e nel 1867, sino a Mentana) come la semplice continuazione degli obblighi di restaurazione della Repubblica Romana, sconfitta militarmente, ma vincitrice dal punto di vista politico. Anche perché la costituzione che venne approvata e promulgata nelle ore precedenti alla capitolazione era la più avanzata Costituzione del tempo.
I suoi principi contemplavano:
- la libertà di culto;
- La laicità dello Stato
- L’abolizione della pena di morte e della tortura
- L’abolizione della censura
- Libertà di opinione
- Il suffragio universale maschile
- L’abolizione della confisca dei beni
- L’abrogazione della norma pontificia che escludeva le donne e i loro discendenti dalla successione familiare
- La riforma agraria e il diritto alla casa, tramite la requisizione dei beni ecclesiastici
- La divisione dei poteri
- L’abolizione della leva obbligatoria
Bisognò attendere più di un secolo perché queste riforme, cancellate poi dalla reazione pontificia, diventassero realtà in tutta Europa. La Costituzione della Repubblica Italiana si richiama alla Costituzione della Repubblica Romana.

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